S' I' FOSSE FOCO, ARDEREI 'L MONDO


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venerdì 11 febbraio 2011

Stanotte ho fatto un sogno*.

Ho sognato il paese dove sono cresciuta con mia nonna: il mio paese, il paese sulla collina circondato dai boschi e dai campi, immerso nella nebbia tra i cipressi dell'unica strada d'accesso, il paese incantato dei ricordi d'infanzia dove niente sembra poter far male, dove il dolore, nella memoria, sembra non essere mai arrivato.

Stanotte ho sognato che avevo un uomo.
Avevo un uomo che mi accompagnava a passeggiare ed ho scoperto che in questi ultimi anni mi sono dimenticata la bellezza di avere un compagno.

L'uomo nel sogno era robusto, ma lieve, e mi accompagnava a passeggiare con tenera leggerezza e parlavamo, parlavamo della vita.
Mi rispettava.
Ed a me, quel parlare così spensierato sembrava avesse regalato le ali ai piedi, perché non sentivo più la pesantezza di avere un corpo da donna. Così parlando, ci siamo messi a sedere in un prato, ci siamo sdraiati ed a me sembrava di avere una palla sotto la schiena che mi attutiva tutti i dolori. 

***

*La rigenerazione dell'anima passa attraverso il sogno. 
Il sogno in altre civiltà, in altri secoli lontani, era parte integrante della vita: da momenti della storia in cui il sogno era una realtà parallela alla vita e di eguale valore, a momenti in cui esso ha rappresentato un bagaglio di informazioni necessarie al benessere personale e collettivo.

martedì 8 febbraio 2011

1996

passo giornate ad aspettare: all'alba mi sveglio ed è già tardi.

è inutile cercare di non pensare, mentre la mente è ancora imbrigliata nei ricordi di una notte a puttana, mentre di nascosto ci siamo ritrovati su quel letto di sempre a combattere contro il tempo che ci portava via l'energia e ci lasciava la stanchezza. e gli attimi passati a respirare attentamente; mentre rabbia, piacere, rancore, parole che volevamo sentire e non abbiamo pronunciato, cervello, acqua, arrivederci.
vacuità. 

 

lunedì 6 dicembre 2010



Dopo una tempesta di neve con fulmini e tuoni*, dice il proverbio, nevica sette volte: due le ha già fatte, ne mancano cinque.  Ci circonda una corolla di montagne completamente bianche, a volte avvolte da un cappuccio di nuvole tempestoso. Poi, per la maggior parte del tempo piove.
Capita così che si viva di più nel mondo dei sogni, ché la vita, nell'attesa, è sogno**.
Sogno di poter tornare a casa mia, affittata a una moldava, di poter scendere in cantina e riaprire scatoloni, anche quelli con gli addobbi di natale, perché quest'anno il natale con fagottino ha il sapore degli elfi e dei bastoncini zuccherati. 
Sogno di non avere il fermo amministrativo alla macchina, perché nel 2005 non ho pagato l'immondizia e tutta una serie di sfortunate coincidenze. Sogno che qualcuno rimanga vedovo ed una casa al mare.




* Rarissimo evento climatico
** Pedro Calderón de la Barca

martedì 16 novembre 2010

Robert Doisneau,  Le Manege de Monsieur Barre, 1955

ho voglia di luce. di sole, cielo azzurro e colori. 'sta coltre plumbea che grava su tutto mi ha rotto i coglioni. stanotte pioggia, una pioggia che veniva giù come le funi, una pioggia che mi ha svegliato rimbalzando sul tetto. una pioggia che tra lei ed io, stanotte, c'era solo il tetto, e mi son detta: adesso viene giù il mondo. una pioggia che stamattina era ancora lì, quando più forte, quando più dolce, una di quelle piogge lievi che paiono non smettere mai, una di quelle piogge che ti bagna fin nel midollo, che ti fa sentire il bagnato anche se all'asciutto, che vorresti mettere la testa sotto il cuscino e non alzarti più.

sabato 2 ottobre 2010

non so come andrà a finire, con fagottino ci lasciamo trasportare dalla vita. 

dopo quasi un mese di ricerca disperata e infruttuosa della casa alpestre, ho messo in conto il fatto che forse l'esistenza vuole che vada in un'altra direzione. e come darle torto, se quel pugno di case aggrappate alla montagna mi soffoca al solo pensiero.

in fin dei conti mi soffoca un po' tutto e mi soffocano le cose, mi soffoca essere schiava degli oggetti che mi circondano, non poter essere libera di muovermi perché oggetti, libri, vestiti, borse, case, affitti, contratti, divani, cose su cose mi legano qui, ora. 

quindi ho deciso di liberarmi di tutto, di rimanere con due valige, due bauli e il passeggino: fagottino, io ed i nostri vestiti. andremo a vivere in un agriturismo per sei mesi e tornerò a lavoro - ho bisogno di sapere se quella dimensione ancora mi appartiene - e poi partiremo per il Brasile.  

sabato 11 settembre 2010

porcaccia vacca, sto cercando casa qui, ma non riesco a trovarla. boh, sarà che non sono un cazzo convinta di ritirarmi tra le capre?

p.s. fagottino è bellissima

lunedì 23 agosto 2010

missPiggy è nella sdraio che dorme, ogni tanto si contorce come un'anguilla forse per qualche lotta intestina: la guardo, la amo.

allora mi concedo uno stop e con un tuffo dentro me stessa mi ritrovo qui, a sprecare parole, a cercare di svuotarmi, a cercare un ordine ai pensieri. e da una parte ci sono io, io come sono, e dall'altra ci sono io come vorrei essere: un ammasso di cose da mettere apposto.


e giro con lo sguardo per la stanza, il fuori come il dentro, il dentro come fuori, e trovo troppe cose da buttare, oggetti appoggiati, inutilizzati e vecchi, oggetti che mi trascino dietro da anni, incapace di buttarli, incapace di buttare un ammasso di ricordi del passato, stantie strutture inutili di me, incapace di liberarmi.

sabato 11 aprile 2009

stamattina sono andata a fare una passeggiata, luce e gente, e mi sono messa a parlare con un cane ariano, bellissimo e molto elegante. ho pensato al mio pippo, il mio meticcio grassoccio ed anche un po' deforme, al suo alito pestilenziale ed al suo modo strano di baciarmi mordendomi, alla sua coda-punta-rotta, alle sue zampe troppo lunghe, al suo scadente addestramento, al suo abbaiare, cagare e correre sempre fuori luogo.
essere il risultato scadente di un incrocio sbagliato non è una bella sensazione, ma è anche la storia della mia vita: mio padre dà la colpa a mia madre e mia madre dà la colpa a mio padre, specie diverse, sostengono, completamente opposte e l'un l'altra intolleranti.
nel complesso per me, essere stata un incrocio poco fortunato di due razze incompatibili, ha significato da sempre essere considerata come affetta da una devianza genetica dalla buona norma comportamentale. avendo abolito da anni la possibilità di una rapida e celata gassatura, anche pulita, se si considera che alla rimozione delle ceneri poi avrebbe provveduto la donna delle pulizie, mia madre quindi ha tirato su una storia che forse era meglio andassi psichiatrizzata, mio padre, boh, forse non c'era o era impegnato.
tutto sommato, ad oggi, anche se in certi momenti MisterB mi ricorda il canile comunale vs cane di razza, 1.000 euro l'etto, con il crollo delle borse mondiali posso quasi sentirmi un surrogato umanitario, al passo coi tempi, una risorsa alternativa, una decrescita felice, inserita nel decalogo Come sopravvivere alla crisi economica, punto 8ter [...] se non potete fare a meno di un cane, talvolta se ne possono trovare di ottimi anche al canile [...], dopo il guardaroba collettivo e l'acqua di rubinetto.

martedì 10 marzo 2009

Toh, il Devil. Cercavo solo casa, io.

Che non è poi brutto come si dice. La paura mica la vedi fuori, il problema è che la senti tutta intera dentro.

Ho conosciuto il diavolo, mi ha risucchiato l'anima, mi ha masticato le interiora anche se esteriormente sono rimasta uguale e poi ha sputacchiato due o tre filamenti, asciugandosi la bocca con un piccolo fazzolettino di seta profumato e orli ricamati.

Il diavolo vive a due passi da qui ed ha un'energia paralizzante, mi ha fatto sentire la persona più miserabile e sciatta e squallida del mondo, la Miserabile e Sciatta e Squallida per eccellenza.

[Ho paura; ché una cosa così, secondo me, si sente solo di fronte al re delle tenebre e stanotte chiuderò gli occhi e me lo vedrò davanti.]

Il diavolo si riconosce perché chiede gentilmente un favore ordinando, un sì detto al diavolo è garantito con la vita.

Davanti alla torre dell'orologio, in cima ad una casa-torre, l'ennesima casa-torre, famosissima dimora illustrata dalle migliori riviste, il diavolo mi ha tentato ed io con la solita leggerezza ho detto sì, con la solita distrazione che tanto in qualche maniera poi me la cavo. [E sì, col cazzo.]

Eppure ho già vissuto oggi ed oggi ho rivissuto tutto ed è stato come un salto temporale.

Ho visto la casa, credendo fosse la prima volta e invece ho rivisto il letto e soprattutto ho sentito la stessa angosciante sensazione di cazzo dolore del cazzo disperata ed angosciosa [quella quando poi, dici, meglio buttarsi giù dalla torre, allora].

Film [cazzo, ora inizio a cazzeggiare, ma mi stanno ancora tremando le ginocchia, cazzo d'un dio, forse una bestemmia potrebbe alleggerire la tensione, dico, placarlo e distrarlo un attimo].

Situazione iniziale - Sono in questa strada medievale, stretta e tutto è tranquillo.

Punte di leggera angoscia mi avevano colpito già da ieri sera. Niente [mica li so riconoscere io i segnali, anche quando sono belli forti, cazzi a mazzi].

Mi chiama una persona che non conosco [che come cazzo ha fatto a conoscere il numero, cazzo, me lo chiedo ora].

Io voglio una cosa, quella voce simpatica e gioviale mi offre quello che voglio [che c'avrei scommesso fosse una donna paffuta, invece, di quelle alla mano].

Mi dà un appuntamento [che come cazzo ha fatto a venire a colpo sicuro da me che ero pure di spalle cazzo di un metro e mezzo, me lo chiedo solo ora].

Salgo forse una centocinquantina di scalini [che mi son detta, ora sputo un polmone e lo vendo a quel Lunardi delle gallerie, che ora vogliono fare gallerie in tutta Italia, han detto, chissà perché? ha risposto lui, vago, se non ci son più montagne, costruiremo una montagna e ci faremo una galleria, allora].

E mi muovo all'interno di una casa che non conosco ed è come se ci fossi sempre vissuta [roba tipo non inciampare nei duecentosettanta scalini e non perdere l'orientamento -labirinto fottuto- il tutto esattamente tra le 17 e 13 e le 17 e 17, ora che ci ripenso, toccare le palle ad un caraibico impossibile, data la situazione].

E poi incontro il Diavolo. [Mi è venuto anche un porco fottuto dolore vicino all'ascella sinistra, tra l'ascella sinistra e la tetta sinistra per l'esattezza.]

Cioè non è né bello né brutto [che quando l'ho visto, mica ce l'ho fatta a formulare un qualsiasi pensiero che fosse uno, mi sono solo sentita la bocca improvvisamente impastata e un caldo infernale].

Poi dice il Diavolo che ha la doppia mia nazionalità [per il cazzo del caso del cazzo, dico, ma poi sono stata battezzata in uno dei battisteri più belli d'Italia, tergiverso, che ora per entrare paghi anche il biglietto che nel catino battesimale, dice, c'ha messo le mani Donatello e lui ti sfodera il famoso Mangiaqualcosa che, guarda il caso fottuto, dico, va a colpo sicuro, abitava nella stessa via dove io andavo sempre da piccola, da mia zia, al numero 13, dicevo, dove c'era un enorme giardino con un enorme salice che io quell'albero lì me lo ricordo sempre con una certa inquietudine romantica tedesca molto cupa e tetra, appunto, che non c'erano cazzi che io ci dormissi in quella casa lì con il giardino con il salice e l'erbetta grigia e la nebbiolina nel chiarore lunare, che piangevo come una disperata e quando mi andava bene mi facevo venire le convulsioni e mi veniva a prendere qualcuno nel bel mezzo della notte, che io col cazzo ci volevo dormire. E che ti tira fuori il cazzo del diavolo?, con tutto il rispetto, il villino 13. Dea bendata bene, che caso! Possibile che tutto quadri così, geometricamente parlando? Diciamo, quando conosci quelle persone che giri tutto il mondo, attraversi l'oceano e te lo ritrovi ovunque, che alla fine ti dice, il mondo è piccolo, ma così piccolo, dice, che eccoci qui. Che c'è il sole da stamani, ma in quel momento lì piove e poi smette e in quella stanza lì c'è un cazzo di caldo che muoio].

Esco. Non mi ricordo nemmeno se aveva gli occhi o no. So che mi ha guardato che anche io poi l'ho guardato e ci siamo anche detti qualcosa, con il pensiero, ma non io ho capito bene.

Andiamo a fiducia, ha finito.

Niente, poi sono tornata nella mia tana. Più squallida e miserabile e sciatta di sempre. Con le gote rosse della tisi e il cuore ancora in accelerazione.

E ricostruendo passo per passo il tutto [c'ho ancora lo stomaco rovesciato] mi sono vista e sentita lì: vestita di nero, cadendo dalla finestra della casa-torre [un trentello buono di metri, che nel medioevo figurati se c'era la rianimazione poi, fosse rimasto qualche tassello fuori].

Sì. Decisamente è andata così.

Ora, diciamo che potrei benissimo fare finta di nulla. In fin dei conti il diavolo è normale che stia sulle palle, come è normale cagarsi addosso di paura a vederlo.

Ma già lo so, invece farò una ricerca e se scoprirò che in quella casa-torre lì, che rasenta la meraviglia per me, c'è morta qualcuna nel medioevo o giù di lì e c'è qualche leggenda, non lo so, divento una medium da 'sticazzi, se non muoio prima.

E poi si dice la fantasia, no, no, no, la realtà è molto peggio. Ahahah. A.A.A. Esorcista cercasi. Max serietà.

lunedì 2 marzo 2009

Delirante-post birreria.


Ho bisogno ancora di odiare, perché si sa.

Le persone si odiano quando sono ancora in vita, mai dopo, dopo si amano.

E noi, idioti, ignoranti, arroganti, pedanti, in vita odiamo. E rimandiamo l'amore con l'illusione di allungare il tempo.

Che allora, non lo so, mi viene da pensare che l'amore sia solo l'opposto del tempo in cui una persona è viva: più tempo hai, più tempo ti illudi di avere, più rimandi e meno amore hai a disposizione.

Che io mia madre, per esempio, siccome l'ho sempre odiata, una volta abitavo in una casa-torre ed era una delle ultime volte che ancora la vedevo, un giorno me la son trovata tra le mani in una diapositiva. Che le diapositive sono una cosa diversa dalle fotografie se le guardi controluce, sono magiche, ché all'inizio non vedi un cazzo, ma poi per un po' di luce, rivivono all'improvviso e tu vedi un intero universo in trasparenza. Ed io un giorno ero lì, dentro una casa-torre, sul cocuzzolo di una collina, dentro un paese. Seduta in cima alla casa-torre in cima al paese in cima al cocuzzolo di una collina ripida dove vedevo tutto, lì sotto, e mi venivano un po' anche le vertigini, a volte, in quella casa lì con un'enorme tenda arancione. Ed ho visto all'improvviso mia madre illuminarsi in forma tridimensionale e mi son chiesta: "Ma io, 'sta donna qui, se ora fosse morta, riuscirei ancora ad odiarla come sto facendo ora?".

L'introito va tutto a vantaggio dei produttori di orologi e calendari, agende ed annuari, che ci incasellano il tempo, che poi viene venduto, ché il tempo è lavoro, denaro, energia, ricchezza e povertà. 'Sta minchia.

Ci rendiamo conto di quanto amiamo una persona solo quando è morta e il tempo, boh, non esiste.

E fa un male fottuto del cazzo. 'Rcoddio.

Game Over: il mio miglior risultato


Titolo: Il figli di precedenti matrimoni sono noiosi strascichi, di cui se ne farebbe molto volentieri anche a meno, mi ha detto in uno dei suoi migliori momenti materni, di quelli quasi un po' confidenziali, in cui si lascia andare, quasi da madre a figlia, la prima figlia per l'esattezza, io, quella del precedente matrimonio.

Lui sa. Lui sa tutto. Lui sa sempre tutto.

Da parte mia, io l'avevo sempre sospettato, ma avevo sempre scacciato il pensiero con una beffarda alzata di spalle: “Lui sa sempre tutto? ah ah ah... ma dai... ma chi è? il conte Dracula in persona? ho smesso di credere alle favole prima di nascere!”.

Quando ancora mia madre ballava con il suoi grandi cappelli e mio padre l'arpionava stretta, nemmeno fossero su una tonnara, che poi si son mandati affanculo ed io bla bla bla, alla fine ho incontrato lui.

Lui che sa tutto, anche quando sono convinta che non sappia, quando sono assolutamente certa della mia persuasione, del totale ed assoluto controllo dei muscoli facciali e della voce mentre mi racconto l'ennesima cazzata.

Ma niente, dicevo, lui tutto sa ed è talmente vile il suo sapere, che mica me lo dice subito che sa, a volte aspetta anche giorni, settimane, mesi, mentre mi lascia affogare nell'ironia sadica del mio teatrino, osservandomi con ghigno quasi divertito e sprezzante.

Così lui, con tutto il suo sapere, a volte mi ferisce anche, perché a certe cose, a volte, è un po' come se ci credessi fermamente anch'io.

Come guarire, per esempio, dimenticare, trasformarsi, rinascere.

Lui sa soprattutto nei giorni di pioggia. Che se fosse in un giorno di sole, potrei andare a fare una passeggiata, a respirare un po' d'aria, a cercare distrazione, e invece no: lui sa sempre tutto specialmente nei giorni di pioggia.

Che nei giorni di pioggia, ultimamente, piove anche in casa, nell'angolo tra il forno e la finestra, e sentire goccia a goccia, dopo goccia, a due passi da me, che mi illudo di essere protetta almeno da un involucro edilizio, mi dà un senso di tristezza ancora più disperata.

Perché nel mio teatrino, quello in cui mi trucco e mi travesto, dove entro nella parte e m'immedesimo, finisce che è un po' come portassi una maschera di vetro trasparente, fragile, tagliente e trasparente a tutto tondo.

Lui sa, piove ed il mio cane ha una nuova targhetta con un altro numero di telefono che non è il mio, una di quelle cose che succedono quando muori, per esempio.

Che a parte che il mio cane è diffidente per natura, che mai si farebbe avvicinare da un estraneo, e che se mai si perdesse e se qualcuno lo avvicinasse, ipotesi, quel qualcuno non potrebbe chiamare una persona morta, sarebbe sconveniente.

È matematico.

Come è matematico che lui sappia, tutto, anche ciò che io credevo nascosto da una paranoica precisione.

Ma la precisione, si sa, appartiene al caso.

La precisione è una illusoria mania, figlia di qualche annoiato depresso che impila i maglioni per gradazione di colore e sistema i libri in ordine alfabetico, è l'invenzione di un sadico despota.

Perché la precisione non è roba per noi comuni mortali, noi potremmo avvicinarci alla precisione, essere quasi precisi, sfiorare la precisione, illuderci di precisione, ma mai, mai potremo possederla completamente e nella sua totalità.

La precisione è un inganno globale.

È come credere di poter incontrare quel gran bel pezzo d'uomo, sessualmente parlando, in quel preciso luogo, in quel preciso momento, davanti alla pasticceria, per esempio, entrambi con due ore libere a disposizione e precisamente decisi ad ubriacarsi con i babà al rum.

È come credere di potersi ingannare, tranquillamente, anche una volta tolti i vestiti di scena, credendo di essere tutt'altro che uno strascico del caso.


Chiusa: Mentre a 150 chilometri da me, strade precluse in entrambi i sensi, che io della legislazione stradale me ne frego un po' anche, l'unica traccia di amore si sta spegnendo. Mia nonna.


domenica 22 febbraio 2009

Per un Pugno di Prugne # 2


Ieri, Sabato 21 febbraio 2008, nei locali della mia integrità, è stato approvato all'unanimità da tutta me stessa al completo e senza nessuna parte astenuta, che ogni persona o oggetto o animale che mi incontrerà dovrà chiedermi “Allora, come stai?” con un'espressione viva ed accorata, dovrà mettermi a mio agio, possibilmente seduta, al caldo e con possibilità di fumare, e dovrà ascoltare per venti buoni minuti minimo la mia risposta, incoraggiandomi nel frattempo con parole di comprensione, congratulazioni, complimenti e dandomi validi suggerimenti.

Non ci sono ma, però, appelli, cazzi e mazzi che tengano, bottiglie d'acqua e cortei.

Come le “migliori amiche”, semplice invenzione di qualche sociopatico alcolista diventato famoso per una mera casualità: le “migliori amiche” non esistono; a meno che la categoria non riguardi quelle che ti chiamano, ti chiedono come stai e mentre tu stai per dir... ti interrompono con i cazzi loro. Ok, io regolarmente appoggio il telefono sul divano e continuo a limarmi le unghie, a mettermi lo smalto, a depilarmi le sopracciglia e poi attacco.

Smettiamola con queste pagliacciate.

Ultimamente sono un po' più stronza del solito, lo so, ma è per entrare meglio nella parte: a storia dovremo affrontare il dispotismo ed io farò la despota.

Inoltre, nel Venerdì il transfert ha fatto sì che MisterB mi apparisse sotto una luce nuova e completamente rivoluzionaria: era una iena, animale bruttissimo e abbandonato dalle divinità, ma non una iena giovane e con ancora tante speranze nel cuore, era una iena vecchia, malata e con chiazze di pelo alternate a chiazze di pelle in putrefazione [una sorta di dermatite ienica dolorosissima], in più il suo branco di iene, quello con cui MisterB era solito andar per carogne, lo aveva dapprima isolato e poi abbandonato, solo, decrepito e assolutamente incapace di provvedere a se stesso.

Se ci fosse qualcosa in contrario alla mia Regia Decisione, prego rivolgere le proprie rimostranze all'inventore della funzione di educatrice o all'inventore del concetto di amicizia, fratellanza, cordialità, berlusconi, il vaticano e banalità simili.

Mi sono rotta il cazzo, per usare un eufemismo, di stare ore ad ascoltare i cazzi degli altri senza che nessuno ascolti i cazzi miei, in sostanza.

Io non sono buona, è contrario alla mia natura più intima.

Trovo quindi un'ulteriore ed inutile perdita di tempo il continuare a forzarmi di essere ciò che non sono.

Io sono cattiva e non potrò mai diventare buona.

Così come trovo sia ingiusta l'imposizione, chiaramente lesiva ed anticostituzionale alla mia dignità come persona, del dover essere buona a tutti i costi, pena la diffamazione, il pettegolezzo selvaggio, il mobbing, bla bla bla, o per evitare tutta una squallidissima serie di ripercussioni infernali, energetiche o reincarnative.

Io non sono buona, non voglio essere buona, ad essere buona faccio una gran fatica, non sono sincera né spontanea e finisce che poi mi incazzo, sempre, proprio perché appunto io non sono buona.

Arriva un certo momento nella vita in cui dobbiamo fare i conti con noi stessi ed iniziare ad accettare anche quelle parti di noi socialmente considerate compulsive e amenità varie.

Deduzione da il famoso mantrazzo: “Da oggi basta, comando io”.

Quando ero in Terza Media una troia ripetente voleva sempre con prepotenza che le passassi i compiti. Quando io mi mettevo a fare il compito, lei iniziava a battere colpi alla sedia, fintanto che io non mi giravo incarognita:

Io - Che vuoi?

Colpi alla sedia.

Troia Ripetente - Dammi il compito!

Colpi alla sedia.

Io - No.

Colpi alla sedia.

T.R. - Ti rompo il culo.

Io - Ok. Ti faccio il compito.

Così dovevo fare il mio compito e anche il suo, che ovviamente doveva essere diverso dal mio sennò mi sgamavano. Ma un giorno mi incazzai, mi sono sempre incazzata facile io, e siccome ancora non avevano inventato il bullismo, dovetti farmi giustizia da sola.

Passai una notte intera nel letto di mia nonna, ché mi facevo paura anche un po' da sola io, io sono sempre stata molto suscettibile; per esempio non ho mai visto oltre i dieci minuti un film di Dario Argento , perché ho sempre vomitato al nono minuto.

In quella notte che passai nel letto di mia nonna, stringevo tra le mani il ciondolo di una collanina a forma di teschio; avevo un ciondolo a forma di teschio, perché ero sempre molto allegra nelle mie scelte: il ciondolo avrebbe dovuto essere il simbolo della mia battaglia o l'icona della mia vittoria.

Passai tutta la notte a ripetermi che il giorno dopo sarei andata dalla troia ripetente e le avrei detto: “Ok, ora hai rotto il cazzo e i compiti non te li passo più, ché sennò alla fine io prendo due diplomi, ma uno lo danno a te e non a me, e non è giusto ed io sono contro le ingiustizie e non sono nemmeno generosa”.

Io - Senti troia, io volevo dirti una cosa.

T.R. - Veloce, sennò ti spacco il culo.

Io - Ok, ecco i compiti di matematica, geografia e storia.

A ricreazione poi è venuta una tosta del piano di sopra che mi ha detto che il suo fidanzato mi aveva dato un passaggio in motorino, ma non era colpa del suo fidanzato, perché ero stata io che l'avevo bloccato e poi l'avevo obbligato con violenza a darmi un passaggio, e quindi dovevo stare attenta, perché il suo ragazzo dovevo lasciarlo stare, sennò mi spaccava il culo.

Ovviamente il teschio l'ho buttato via, come amuleto per l'invincibilità aveva fallito, ma oggi la troia è una fattona tossica e quella del fidanzato coglione con il motorino fa la puttana in un nigth club per vecchi bavosi. Così, tanto per dire.

Ok, io vado da MisterB. Ma son cose che non si fanno comunque. Insomma. Poi per forza si diventa cattivi.

lunedì 16 febbraio 2009

Per Un Pugno di Mosche # 1

Incipit : Non disubbidire è un po' come morire.



In questo blog, ero partita con l'idea di fare un diario virtuale, perché devo vincere la mia vergognosa solitudine, ché devo avere il coraggio di mostrare il mio interno, ché anche se fa cagare non è colpa mia, ché devo farmene una ragione e bla bla bla e poi sono dell'idea che quando le cose si fanno o si fanno bene o non si fanno.

Ma non per megalomania.

[OK. Informare MisterB che forse è il caso si aggiornare la lista delle mie patologie.]

Bensì, per una mia speciale filosofia.

Si chiama filosofia del pugno di mosche: si parte con puntare a mille, per arrivare, toh, almeno a uno.

La cosa può anche sembrare idiota così di primo acchito, lo so, ma se relazioniamo il mio regolare ottenimento=zero, ecco che il concetto si rivoluziona completamente, in quanto si aggiunge la variabile x, che non so che cazzo voglia dire, ma mi sembra interessante.

All'inizio è un po' frustrante, lo ammetto, ma poi ci si fa il callo e nel mio lavoro almeno funziona.

Un po' come quando ai miei ragazzi impongo la lettura dei Promessi Sposi in triplice versione commentata dai più insigni critici della letteratura del secolo scorso, ecco, in questo caso so che alla fine almeno scaricheranno il riassunto del riassunto da internet, roba che se io chiedessi loro direttamente il riassunto del riassunto scaricato da internet, nella migliore delle ipotesi mi porterebbero un sms: “S vogliono sposare, ma si meTe nl meZo 1 ke nn vuole e loro scaPano, ma aLa fine trombano, nn cn certeZa, xò.”

Prof. - Allora... Parlami dei Promessi Sposi.

Alunno tipico modello A - Allora i Promessi Sposi parlano di una storia.

P. - Ok, e fino a qui ci siamo, poi?

A - E' divisa in tre parti.

P. - In che senso... tre parti? [Forse 'sta critica mi è sfuggita? Forse sono nuove macrosequenze, individuate da qualcuno a me sconosciuto?]

A - Sì, in tre parti. Dove si vede prima lui che sta male male, male proprio di merda, intendo. Prof. si può dire di merda all'interrogazione?

P. - No, sarebbe meglio di no. Comunque continua.

A - Sì, insomma lui sta male. E lei è lontana, forse è morta, ma la troverà solo alla fine, nella terza parte, ma non mi ricordo se trombano o no.

P. - E nella seconda parte?

A - Lui è nel Purgatorio.

P. - Ok, aspetta. Forse mi è scappato il nesso, di chi stiamo parlando?

A - Ma come Prof.? Stamani è proprio in botta, eh? Chissà che ha fatto ieri sera, eh? Ma dei Promessi Sposi, no?

P. - E chi avrebbe composto i Promessi Sposi?

A - Ma che domanda Prof. ... Dante Alighieri, no?!

P. - Ok, e in che anno?

A - Nel 1400... No... aspetti... nel 1700... cazzo le date... prof.... quelle mi fanno impazzire... nel 1850 circa, ecco!

P. - Va bene, vai a posto.

A - Prof. Quanto mi mette?

P. - 2.

A - Prof. Ma come 2, ho detto un sacco di cose!

P. - Va bene, facciamo 2 e ½ per la sintesi.

...

A - Ma quanto è troia, quella. La sera non tromba e poi il giorno dopo è isterica.

Insomma alla fine quel mezzo punto in più se lo è quasi meritato: ha condensato in un'interrogazione il programma di 5 anni di scuola superiore.

Ma non è questo di cui volevo parlare.

Volevo dire che il gioco al ribasso è puntare in alto per ottenere due, due e mezzo, un po' come all'interrogazione o al gratta e vinci, dove se ti va bene, invece che un miliardo, alla fine vinci un boero, al liquore però.

Insomma, volevo dire che nella vita bisogna puntare sempre in alto.

Un po' come nell'amore: è inutile desiderare una sola persona, illudendosi che abbia tutte le caratteristiche e gli attributi al suo posto.

Insomma è impossibile trovare un uomo che sia bello, simpatico, intelligente, che sappia cucinare e pulire i pavimenti, affettuoso, indipendente, che sappia portare il caffè a letto, che sia sincero, ben dotato e sappia fare un cunnilingus decente, non sia troppo logorroico, che non vada in tilt per due lineette di febbre, non soffra di eiaculazione precoce e non faccia continuamente il paragone con quanto era brava e comprensiva la mamma, che abbia un reame di tutto rispetto, con la Jacuzzi, la sauna ed un massaggiatore personale (per me) libanese, di carnagione scura ed occhi chiari.

Tutte queste caratteristiche insieme è impossibile insomma trovarle in una sola persona, si tratta solo di reminiscenze di fiabesca illusione, quelle atte ad evitare il suicidio infantile per intrattenerci in vita almeno fino al momento in cui la nostra psiche non si sia formata a sufficienza a suon di sensi di colpa moral-cattolici, secondo i quali obbligatoriamente dobbiamo stare in vita.

Allora, secondo me, bisogna puntare sul numero, sulla quantità prima di tutto, in cui poter rimediare almeno un surrogato di qualità.

Un po' come quando sono appositamente innamorata di una centocinquantina di persone e per persone intendo gli attributi di quello a cui devo mettere un calzino in bocca per non farlo parlare altrimenti rovina la poesia o di quello che sa fare il caffè al buio perché vederlo alla luce, come dire, fa sempre un certo effetto, di ribrezzo insomma.

Tutti numeri che ovviamente la domenica sera, quella rarissima domenica sera in cui stranamente non hai voglia per un cazzo di stare da sola, sono impegnati: quello con l'attributo intelligente è ad una conferenza sul pensiero economico marxista leninista stalinista, quello ufficioso è con la moglie, quello giovane è ad un rave, quello vecchio è a cambiare il catetere, MisterB non accetta chiamate fuori del suo orario di lavoro e quello bello è ad un concerto dei Village People.

Così ieri sera ho finito per addormentarmi sul divano, di brutto-secca e dura, e stanotte ho sognato che andavo da un dottore, tra l'altro nemmeno poi tanto discreto, un po' gobbo e grasso, che mi costringeva a mettere un busto in gesso altezza pube-ascelle per combattere i lancinanti dolori alla schiena che avevo.

Ok, ricordarsi di aggiustare la stecca rotta del divano, roba che quando ti giri si conficca nel costato e trafigge peggio del governo berlusconi.

lunedì 9 febbraio 2009

Istantanea mentale

Aspettando Matteotti sull'Aventino

Gli effetti della pioggia in una domenica tipica da nullafacente ovvero come le strutture su cui dovrebbe reggersi la nostra società vacillino a tal punto da vergognarsi di appartenere a questo mondo barbaro ovvero a che livello mi sono ridotta, dovrebbero abolire la domenica, la busta paga rimarrebbe la medesima, ma non avremmo tempo per pensare o, peggio ancora, rendere noto uno stato d'animo di sì fatta maniera*.



Piove oramai da nonsoquanti giorni, sembra di essere a Seattle, sembra che il cielo abbia deciso di rovesciarsi sul mondo e tutto fa presupporre che tra qualche briciolo di era la nostra evoluzione ci vedrà pesci (Berlusconi sarà un piraña e papa Ratzinger una balena, noi plancton).

La “deriva neofascista”, come ogni tanto amano chiamare nella nostra stampa nazionalsocialista, sta raggiungendo vette immemori, soprattutto per chi guarda la TV e chi sostiene il Pdl, ma anche il Pd.

A me personalmente invece non è ben chiaro il ruolo del suffisso “neo”, dato che, salvo neologismi di varia natura, leggendo la pagina 38 del semplificatissimo libro di storia scolastico (il delitto Matteotti) non vi trovo nessun elemento che rappresenti novità.

Nel frattempo mi esercito nel canto “Bella Ciao”, data la mia propensione alle stonature che non mi pare il caso aggiungere alla situazione giàdipersé abbastanza ripetitiva.

Ma, a parte queste piccole opinioni di matrice mediasettiana che fanno molto contemporanea, i tempi sono oramai maturi ed è ora di iniziare l'allenamento per l'apnea e lo sviluppo delle branchie.

Ho pensato che quando il mondo sarà sommerso d'acqua, si porrà il problema delle sigarette che bagnate fanno un po' cagare. Pertanto sto studiano un oggetto da brevettare che consentirà di fumare spinelli in piccole capsule di vetro ad accensione automatica e mi permetterà il mantenimento in quella acquatica struttura economica, dove le conchiglie verranno stampate e vendute per danari benché senza corrispettivi in oro o lische o coralli.

Spero infine legalizzino le droghe leggere per sopravvivere un po' più decorosamente nella tragedia, ma, analizzata sommariamente la situazione, forse anche la legalizzazione di droghe pesanti non sarebbe male, esorto quindi gli esperti del settore a trovare alghe psicotrope.

P.s. Esiste sempre Emilio Fede?


* N.B. Sono quindici giorni che scanso MisterB come la peste, forse dovrei telefonargli in ginocchio implorando il suo perdono e ricordargli che i suoi figli, all'università, finora li ho mantenuti puntualmente.

venerdì 23 gennaio 2009

Va bene, lo so, sono malata. Ho anche il certificato medico

Ma stasera c'è la cena strappalebudella / stramazzailfegatogiàall'antipasto con i Soliti Sospetti ed io vorrei proprio tanto andarci [tanto per non passare da quella che se la tira] e finirò i miei giorni in prigione.

Previsioni

Benché non del tutto completamente rimessa, alle 21.00 ora locale con:

impermeabile flasher,
capello Tenente Colombo
occhiale da sole mosca in notturna

andrò all'appuntamento-ritrovo partenza-smistamento macchine.
Ma astutamente e per non dare nell'occhio, vi giungerò solo percorrendo vie secondarie, sconosciute, impraticabili e buie.

[Quelle dove scopri sempre -ripeto: sempre-

abitare il collega cornuto/spia del [cazzo] capo,
che sta cercando l'accendino, ma non lo trova e l'unico passante sei tu.

E benché dall'apparenza non raccomandabile, egli chiederà:

Egli - Scusa hai da accendere?

Me – Sì.emrr [camuffando prontamente la voce]

Egli – Grazie

Me - Attento che la fiamma è un po' alta! Ehmrrgr [per condurlo su altri pensieri o allarmi involontari cervelletto-corpo-attenzione]

Ma la fiamma alta, illuminerà il mio viso.

Egli - Ma tu sei Melisenda L. quella malata? anche se c'erano tre -ripeto: tre - riunioni importanti.

[Che sfiga, proprio nei giorni di malattia.]

Me – No, ti sbagli. Hai un dieci euro? Faccio l'accattona [per depistare]

Egli – No. [i lucchesi a volte son più tirchi dei genovesi – mossa astuta, ma sbagliata]

Ancora Egli - Tu sei proprio lei!

Segue fuga, rapida, inseguita dalla risata diabolica di Egli.

Prolessi: l'indomani egli andrà dal capo e mi sputtanerà.
[Mentre io sarò a smaltire la sbornia bestemmiando, a giurare su mia nonna che non berrò più, mai più, altro che non sia acqua demineralizzata]

Ma la mia parola varrà quanto la sua (di egli) mi ripeterò, mantricamente:

Tra Me e Me - Ed io ho anche le tette, egli no, anche se non enormi, ma non è la quantità, bensì la qualità.

Mi ripeterò, mentre raggiungerò i Soliti Sospetti.

Intermezzo: smistamento macchine

Di norma non mi fanno guidare. Non tanto per l'andata, dice, quanto per il ritorno. Pare che io confonda ed inverta le corsie di marcia, ma solo al ritorno, ripeto: solo al ritorno.

Cena

Andremo in un posto dove ci sarà sempre -ripeto: sempre- qualcuno che non mi deve vedere.

[Esempio uno: tutti i colleghi stronzi che hanno organizzato una cena e ovviamente non mi hanno invitato, ma che confermeranno le accuse di Egli. Esempio due: tutto il parentado del capo a festeggiare il cuginetto che si è appena laureato e ci sarà anche il fotografo che fornirà prove schiaccianti contro di me.]

Io allora dovrò industriarmi per gonfiarmi le tette, una quarta/quinta, credo possa bastare.
[Invalidanti lo so, ma con tappo di sicurezza per gonfiarle-sgonfiarle ad uso e consumo.
Gonfie: capo;
sgonfie: guardarmi se le scarpe sono uguali;
gonfie: capo;
sgonfie: saltare sul tappeto elastico.]

Ritorno

Ci fermerà la pattuglia della polizia:

PP – Quella là dietro, nascosta nel bagagliaio. Non c'è bisogno nemmeno dell'etilometro! Anche se non guida, ma in che stato è? Scenda! Documenti!

[Mentre io con astuzia trafugherò il portafogli di uno dei Soliti Sospetti ignoti]

PP - Questa foto non convice.

Me - Era prima che mi rifacessi il look

PP - Oh davvero! E come ha fatto a farsi ricrescere tutti i capelli!

Me - Misteri tricotici. Le interessano?

PP - Ma è anche enormemente meno robusta.

Me - Enormemente lo so e mi sono anche rimpicciolita. Ma nella vita si cambia, lo sanno tutti.

PP - E si chiama Manlio?

Me - Sì, era prima dell'operazione.

Finale

Brunetta in prima pagina esultante, con le mani levate al cielo, in un misto tra Santo ed Esorcista, ripreso dal basso e con una luce aureolica tutt'attorno.

[Applauso di quasi tutti gli italiani.]

Mi strapperanno il contratto di lavoro e tutti i diplomi che ancora non ho appeso perché non ho uno studio idoneo e mi faranno le foto segnaletiche, che di profilo vengo anche male, che finiranno su internet e mi vedranno tutti e sarò costretta all'esilio finendo i miei giorni in una prigione brasiliana, dove altre prigioniere grosse grosse, nere, creole e anche no, non vorranno giocare a carte con me ed io guarderò il cielo dalle sbarre e penserò che forse sarebbe meglio se stasera IO STO a casa.

Finale aperto

Nel carcere brasiliano, c'è la wireless per il portatile senza protezione password?

mercoledì 14 gennaio 2009

Dicotomia

[L. Fontana]


Una eccerrima giornata, ovvero perché una donna non si deve sentire in colpa per aver comprato un cappottino, nemmeno poi tanto lungo, di Jean Paul Gaultier e le nuove e sofisticatissime armi chimiche volatili del consumismo. Maledetti governativi. Una volta ho venduto l'armadio per una giacca.

Sono una vittima: sto diventando psicolavabile.

E prima di assumermi qualsiasi responsabilità [quello sarà solo il piano Z], preferisco credere che ci sia una qualsiasi roba che spruzzano nell'aria e che ci stia trasformando in automi-consumisti, lentamente, ma tenacemente.


[Foto di Joel Peter Witkin]

Mi riferisco al fatto che, a mio avviso, da qualche parte, qualcuno ci sta facendo il lavaggio del cervello [sì, lo so, potrebbe sembrare una di quelle ipotesi dei complotti mondiali che spaziano dal falso atterraggio sulla luna alla massoneria, ma non è così]; secondo me c'è veramente qualcuno che sta tentando di assoggettarci con qualche arma chimica sconosciuta che si diffonde invisibilmente nell'aria lavandoci il cervello e rendendoci vittime di una sempre più ampia dicotomia mente-corpo/consumismo.

Mente: di norma pensiamo qualcosa di giusto, qualcosa di naturale, morale, logico, scontato, risaputo, declamato, ne parliamo, in una sorta di proselitismo del corretto e sbagliato, buono e cattivo, bene e male, leale e sleale, diritti e doveri, guerra e pace, abbondanza e carestia. Siamo il target per eccellenza del WWF e dell'UNICEF.

Corpo: spaziamo in una serie di azioni che nulla hanno a che vedere con ciò che pensiamo, anzi sono in totale disaccordo, in totale disarmonia, in completa opposizione. Impassibili, ognuno di noi consuma 20 litri d'acqua buona per lo scarico di un cesso dopo aver fatto un ¼ di litro di pipì e compra confezioni che confezionano confezioncine più piccoline di altre confezioncine in cui c'è una strisciolina di gomma da masticare.


[Foto sempre di Joel Peter Witkin]

Prendi me, per esempio. Stamattina ho scoperto che avevo una ruota dell'auto talmente consumata che si era addirittura spaccata per un lungo tratto curvilineo. Toh! Mi son detta e son cascata dalle nuvole. Onestamente sì, mi sono anche piaciuta: non ho imprecato, non mi sono innervosita, nemmeno una piega ho fatto, non ho nemmeno telefonato a tutta la rubrica per sfogare il disappunto sul mio destino. Ho guidato tranquillamente l'aggeggio dal benzinaio che ha esaminato il caso e mi ha mandato dal gommaio.

E qui è scattata la dicotomia mente-corpo, proprio mentre telefonavo per avvertire dello spiacevolissimo e disdicevole ritardo di un'ora a lavoro (ho un po' gonfiato) per un guasto d'auto, e in un solo quarto d'ora ho speso 140 euro per cambiare due gomme.


Mente: ho provato un po' di afflizione, lo ammetto. 140 euro per due gomme solo per colpa di tutta la strada che devo fare per andare a lavorare, dopo tutto quello che ho dovuto fare, a causa della disorganizzazione totale dell'apparato governativo e amministrativo della Pubblica Istruzione, dei sindacati e anche del CSA.


Corpo: i restanti tre quarti d'ora ampiamente erroneamente previsti nel ritardo, li ho passati a comprare un cappotto di Jean Paul Gaultier [7 ruote nuove ca.], per attutire il colpo basso della ruota. Senza fare una piega.

Quei maledetti governativi. Ci stanno lavando il cervello.

martedì 13 gennaio 2009

Dubbi d'edilizia

Sulla ristrutturazione ed altre amenità esistenziali, dove le porte ovviamente sono solo una facciata.

A volte sono convinta che a me, come cura, ci vorrebbero i Depressivi, dei farmaci cioè che mi deprimano e mi rendano apatica, a tutto. Compreso: tutto.

Se avessi un Depressivo, ora rimarrei perfettamente indifferente a ciò che sto vivendo, vita quotidiana intendo, roba di tutti i giorni, come pomeriggi, cene, telefonate, lavoro, impegni, orologio e noia.

Rimarrei così perfettamente indifferente ed anche un po' obnubilata, da non avere quella fredda e chiara, nitida, esatta domanda del 'cazzo ci faccio, io, qui?'.



Qui: nella surreale esatta geometria dell'ordine.


Sono momenti terribili, sì. Così terribili e così incisivi, che poi devi svagarti, necessariamente, con qualcosa. Perché qualora, nella remota ipotesi, tu avessi il coraggio (o Divinità, non oso nemmeno immaginare). Un depressivo. O il ciclo mestruale. O qui:



Qui: quel posto che non avrò mai, cazzo, il coraggio di ristrutturare, forse.

venerdì 2 gennaio 2009

Quelli del regime mi arresteranno ed io passerò il resto dei miei giorni in un campo di lavoro forzato.

giovedì 25 dicembre 2008

Esercizio di scrittura

Vigilia: addormentarsi davanti al camino acceso. Svegliarsi: in quel punto preciso della notte in cui le bottiglie di vino abbandonano il corpo, lieve frastornamento. Grazie per la K del camino che tira bene e non mi ha fatto morire per il monossido di carbonio. Le candele hanno bruciato tutta la notte, solo un lumicino stamattina era ancora acceso. Grazie per il tavolo che non ha preso fuoco, anche se si è rotto un porta candele e la cera ha invaso tutto e si è attaccata alla tovaglia e la tovaglia si è attaccata al tavolo.

Rifacciamo. Più pulito.

Vigilia: addormentarsi davanti al camino acceso. Svegliarsi: in quel punto preciso della notte in cui le bottiglie di vino abbandonano il corpo, lieve frastornamento. Le candele hanno bruciato tutta la notte, solo un lumicino stamattina era ancora acceso.

C'ho ancora quel cazzo di odore di candela alla cannella addosso, ma ho avuto tanto tempo per pensare e che pensieri ho fatto!, di una profondità tale che se mi guardo addosso ho ancora buchi e voragini aperte, mi sento un po' San Sebastiano.

lunedì 15 dicembre 2008

Le stranezze della vita.
A proposito dei gattini di J., Tico Chico, Tico Chico Chico, Tico Chico Chico Chico, Tico Chico Chico Chico Chico, a me è successo un episodio molto strano.
Tempo fa ho visto un mio conoscente che aveva tutte le mani graffiate, quindi ho chiesto lui che specie di tigre fosse il suo gatto, quand'ecco che thadanh! il gatto finisce sotto una macchina. Adesso, quando mi incontra, si tocca stranamente le palle.
Me ne frego del sillogismo del giudizio.
Io Aderisco ad ARCIPELAGO SCEC