S' I' FOSSE FOCO, ARDEREI 'L MONDO


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venerdì 10 aprile 2009




mi frulla nella testa continuamente, niente di speciale. come quelle canzoni che ascolti la mattina alla radiosveglia e poi le mastichi tutto il giorno. solo che mi sa tanto, mi sa proprio tanto, tantissimo di (spazio vuoto). di quando arrivi sempre troppo tardi o troppo presto, mai al momento giusto, nella vita. di quando viaggi a mille in autostrada per andare a Tellaro, ascoltare una canzone e ripartire. di quando cammini e tutti gli occhi sono di (spazio vuoto). ma io sono con te ogni giorno. in fin dei conti è solo questo e sprofondare nel torpore mantrico della bestemmia diazepinica.






giovedì 22 gennaio 2009

Vuoto a rendere


Paul Klee, Gefangener (Prigioniero) , 1940


Sento un vuoto dentro, ma un vuoto che ha una forma strana.

Ché la gente i vuoti dentro se li immagina sempre in forme geometriche standard, tipo buchi o cerchi, anche quadrati o triangolari, se uno è più fantasioso, cubici anche.

Dialogo tra due persone con pertinenze quantitative e dimensionali che hanno un vuoto dentro:

A - Cazzo, ho un vuoto circolare dentro.
B - A chi lo dici? Io ho un vuoto pentagonale qui, all'altezza dello stomaco.
A - Ma non lamentiamoci, poteva andare peggio, dice che i vuoti eptagoni sono i peggiori.
B - Hai ragione e comunque anche i poliedri equicuspidi vuoti sono abbastanza fastidiosi.

Il mio vuoto invece no, il mio vuoto ha una forma più strana, il mio vuoto è nome, viso, naso, capelli, braccia, mani e piedi, parole, pensieri, desideri e dolori, lontananza e distanza, geografia, tempo, vento, età, colore, bianco e nero, suono, dita, ricordi e attesa, energia, vocabolario e dizionario ed enciclopedia, e libri e musica e poesia, fotografia, e solo un po', ma solo un po', forma cilindrica.

domenica 18 gennaio 2009

Pubblicità

Di come ho avuto tre Maestri di Fotografia e lui è stato il Secondo, che come posizione secondo me è la migliore, perché il Primo è solo inesperienza ed il Terzo è per dispetto.

Quest'uomo qui, quello che ha venduto i suoi scatti per questo libro qui, io lo conosco da molti anni.
(Quello che ha venduto i suoi scatti, non le parole, che sarebbe stato molto peggio, vendere le proprie parole.)

Vendere i suoi scatti, dice, è come vendere l'anima al Diavolo, ma in realtà lo fa solo per il cibo, sostiene.

Queste foto qui io le ho viste una sera, ancora nei provini delle foto analogiche: era appena tornato da Cuba, dove faceva una mostra e ci siamo incontrati a casa sua a bere vino davanti al fuoco.

Erano ancora provini di quelli con i negativi e l'incognita e l'attesa e la magia e lo studio della stampa, che ora non c'è più e forse un po' mi manca.

Quest'uomo qui è stato il Mio maestro di fotografia. Ma non maestro di un corso (come quelli che fa ora), maestro proprio personale, un aio.

Di quelli che eravamo solo lui ed io a parlare di fotografia.
Di quelli che quando non eravamo insieme, gli telefonavo per parlare di fotografia, e quando non gli potevo parlare, gli scrivevo.

Di quelli che una volta, quando io non ci capivo niente di lunghezza focale, gli facevo i disegni delle lenti e degli obiettivi sulla polvere del cofano della sua macchina.

Di quelli che quando andavo a girar per foto, scrivevo su un quaderno il significato della fotografia che poi lui giudicava, ed io finiva che scrivevo tantissimo e non fotografavo niente.

E dopo lui mi guardava con quella faccia un po' così, come ti può guardare uno che sa già tutto della vita e si diverte a vedere come tu annaspi ché della vita ancora non c'hai capito un cazzo e mai ci capirai.

Di quelli che dire Ti Voglio Bene, non significa abbastanza; dire Ti Ammiro e Ti Stimo e Ti Invidio, non significa abbastanza; dire Ti Amo, non significa abbastanza; dire che ci conosceremo per sempre, non significa abbastanza.

sabato 17 gennaio 2009

Mister B.

Un promemoria o memorandum, che dir si voglia, come il codice del BancoMat memorizzato con il nome di mia zia, ovvero come ricordarsi le password.

In media due volte a settimana, Mister B. mi accoglie nella penombra della sua calda stanza in mezzo al verde silenzioso del parco secolare di una villa rinascimentale (in realtà siamo nella stalla, ristrutturata).

Ogni volta Mister B. mi apre la porta, cerca di mettermi a mio agio -anche se non sempre però- e poi rapidamente, come un fulmine, mi prende, mi rigira come un calzino, mi stuzzica le scuciture, mi raddrizza, mi sbatte vigorosamente e poi mi manda via. Ogni volta. Sempre così.

Ecco, volevo dire, che dopo quasi due anni di frequentazione forse potremmo tentare un passettino avanti e quindi ho deciso di dare il suo nome* a una password e che dopo quasi due anni di frequentazione non è poi così male, come passo avanti, per me.


* Quello vero, non Mister B.

martedì 30 dicembre 2008

Propoli

Come infrangere le speranze ovvero la bellezza di essere stranieri, che non è sempre facile essere stranieri, anche se qualche volta può essere imbarazzante avere problemi con la lingua, lingua indigena s'intenda.

Il mio amico R. è uno straniero, ma straniero di brutto, fino nel DNA, oggi mi chiama perché sta malissimo, [io scherzosamente lo chiamo baluba (tanto c'è abituato)]:

Baluba - Ciao, io malissimo, tu vai in erboristeria prendere per me propoli con pompino?

Io – Mh... pompino?

Baluba - Sì, erboristeria capisce, io non posso spiegare tanto, mal di gola.

E già mi figuravo vasetti di propoli e per il resto Passi sul retrobottega, in un oscuro e tenebroso roseo magazzino con un Afro-Erborestiere.

Io – Buongiorno. Senta, io volevo i propoli con quella cosa che tu devi maneggiare e poi portarla alla bocca agitandola mentre la punti in gola fintanto che non emette la sostanza?

L'Erborestiere - Ah, lo spray.

Rumorosa caduta di palle ghiacciate (sì è un po' freddino) che rotolano e rotolano prima di infrangersi in mille pezzi (deliziosi, tra l'altro): lo spray.

mercoledì 24 dicembre 2008

Oggi è venuta a trovarmi la L., con l'A.

Chi deve vivere come me, soffre di una strana ambiguità sentimentale. Il mondo all'interno è suddiviso in compartimenti stagni, il mondo all'esterno è un ulteriore caleidoscopio di compartimenti e spesso è difficile trovare delle combinazioni, affinché quello che è all'interno incontri nella sua totalità quella parte che è all'esterno. E' così che mi sento in certi momenti: come se una parte di me mancasse, come se ce ne fosse un'altra e non fosse mai sufficiente. Come se quando ci salutiamo, assieme a te, andasse via una parte di me e qui con me ne rimanesse un'altra ancora.

C'ho ancora un gran casino, nè? Ma armonizzerò, non ho più dubbi. Che poi riflettendoci, ti sei convertita alla maggior parte delle religioni presenti sulla terra, ma sei sempre la stessa, cambiano solo i mangimi di cui ti nutri! L. son 16 anni, e se magari, invece di trasferirti in quel postaccio lontano, e vabbe' che è pieno di nebbia a buon mercato e smog di prima qualità, fossi più vicina, ne guadagneremmo tutti, anche l'enoteca.

mercoledì 17 dicembre 2008


La natura delle cose

Ci sono momenti nella vita in cui ti accorgi che tutto quello in cui credi e tutto quello per cui ti batti non serve a nulla, che di tutto quello che fai se ne potrebbe fare tranquillamente anche a meno. Non sono bei momenti, no. Quei momenti, se prima avevano la capacità di infiammarti, intestardirti di più e con maggior zelo, con il ripetersi nel tempo, hanno perso sempre più emozioni e intensità, sono diventati più tiepidi e tu ingoi quella poltiglia di rabbia ogni volta con maggior rassegnazione.

Sono intollerante, di natura. Ci sono delle cose che non ho mai tollerato e questo non mi ha facilitato la digestione di quei bocconi di rabbia, che tutt'oggi continuano a pesarmi qui, sullo stomaco, rendendomi fragile, in quanto a sistema nervoso, e perennemente incazzata, in quanto ad umore.

Tra i tanti colleghi, come foglie caduche, quest'anno c'è il G.: una persona splendida, che vive.

E in questo verbo vive, lasciato lì, come una frase troncata senza un senso, c'è invece tutto e di più del vero senso del vivere.

Il G. è un intollerante genuino, spontaneo, sincero, puro e vero. Il G. apre la bocca e dice tutto quello che ha voglia di dire e tutto quello che pensa; col G. vai sul sicuro, mai ti sparlerà alle spalle, perché tutto che ha da dirti te lo dice in faccia, sereno e beato, nel bene o nel male, e con un'espressione di una ingenuità spiazzante.

Se io fossi come il G., anch'io sarei liberamente intollerante, senza avere più questi macigni sullo stomaco. Ma ho troppe cose ancora da imparare: ho da imparare a discernere la natura del frutto di ciò che non tollero.

Me ne frego del sillogismo del giudizio.
Io Aderisco ad ARCIPELAGO SCEC